Pendenzomachia.

17 03 2010
Arroccato nell'acqua.

Mare & Monti.

Ieri hanno bussato al citofono. Ero alquanto intorpidito dal sonno, dai pensieri, dalla Domenica. Si è scusata dell’inesistente ritardo, gentilissima come sempre, e mi ha folgorato con la sua solarità. Buongiorno, Primavera.
Un ciclista che si rispetti non può mancare all’ineluttabile richiamo dei fotoni che bombardano la totalità del mondo. Specie quando associati all’avvento che segna, di fatto, un avvicinamento sensibile alla bella stagione. E allora vai col mambo!

La predisposta uscita medio-lunga del Martedì questa volta sa di mare. Assaggino dell’afa lungo il silenzioso viavai delle curve di costeria, e che costiera. L’Amalfitana, per la cronaca. Strade strettissime, ed altitudine che dà diretta, senza preamboli, al placido mare. Si riesce benissimamente a sentire lo iodio misto all’erba cipollina, il pungente sapor di sale al giallo acre dei limoni; e sì, s’avverte anche odor di pesce fritto nei centri abitati. Si parte dunque alle ore 14.00 sotto il negozio di Carletto. All’appello alzano la mano Vito, il sempreverde Alessandro e ‘Torre di Controllo’ Ciro, oltre ovviamente il sottoscritto e Carletto. Ci riscaldiamo lungo il litorale di Pastena che ci immette a via Roma, 7 km circa per infuocare i muscoli. Vento lievemente contrario, tuttavia sopito dal solo Carlo. Boom! S’inforca di petto la strada. Salita di Cava, che profetizza sudore. Io ed Alessandro ce la mangiamo tanto in fretta e in furia, come un manipolo di parenti di campagna alle prese con un aperitivo a buffet e degli sposi che tardano a farsi le foto. Un guaio tremendo, dato che portiamo fuori soglia praticamente tutti, eccetto Carletto che ha premura di controllare le situazioni altrui. Dunque si guadagna il muretto in pavé di Vietri, che ci direziona lungo la serpentina parallela al profilo collinare. Da quì in poi, v’è da farsi gli occhi per il panorama, docilmente carezzato dal Sole. « Vai, Alè. » mi fa lo sceriffo, e io l’ascolto. Devo testare le mie capacità in lungo. Innesto un agile 50×19, che mi assicura i 33 km/h per i primi atrofizzati su e giù di quest’ascesa a Maiori. Dietro non vedo più nessuno, ci siamo solo io e la salita. 34×16 per pedalata più che agilissima. Ehmbè, dico sì a fare lungo, ma a tornare abbiam delle belle rampe da tenere a bada. Cado inevitabilmente nella metafisica, metempsicotica trance dello scalatore. Non c’è nulla da fare, quando si è soli, a manto inerpicato, si rende meglio. C’è come una trascendentale forza che spinge prima l’animo, che le locomotrici gambe del ciclista. Non credo sia solamente io che l’avverta, ma più tempo passo da solo ad allenarmi lungo i dislivelli, più sento tale daimon che, in assenza di altri occhi, discreti o meno, sorregge i miei quadricipiti, e non solo. In solitaria raggiungo allora Maiori, dopo circa quattro tornanti al 4-5%. Il passaggio sotto una ventina di metri di galleria galvanizza in una maniera assurda. Ho in mente il Vesuvio. Il buon vecchio Vesuvio del 28 Maggio 2009. Nella discesa lungo il segmento abitato, aspetto il resto della ciurma; una volta sopraggiunto, il caffé è d’obbligo, in un accomodante bar di dirimpetto al mare, tavola piatta. Il ritorno è segnato dalla famigerata salita di Capodorso – noto ristorante in vetta alla suddetta rampa -, ma non mi spremo più di tanto, anzi, lascio andare le ruote di Alessandro per allenare il vo2max, tra scatti e controscatti, tra 50 e 34. Ricompattati prima di Cetara, mi regalo uno scatto sul pavé di Vietri, seguito a ruota da un tenace Ciro che mi tiene le ruote per una quindicina di metri. Poi lo spunto veloce regola nuovamente il suo indiscusso primato sugli strappi, non per fare il modesto, eh! Salerno, Pastena e poi salita da Sala Abbagnano col vento contrario, in solitudine, per rientrare. 64.76 km.

Ma in mente c’è il 200. Quel dannato, maledetto e doppiogiochista gigante.


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