7 02 2010

Ci sono giorni in cui appena t’alzi, avverti un certo nonché di rarefazione, quasi non toccassi per mano, non palpassi, quella stessa aria che respiri. E proprio tale surrealtà, che s’insinua nelle tue narici, sinistra, altéra, rende malevolmente ambigui i millequattrocentoquaranta minuti del dì. Hai come un’invisibile mano che ti mette la foga, e quando deglutisci un buco nero rimpiazza il tuo stomaco. Oggi non vorrei essermi alzato.
Chissà con quale metafisica induzione, quelle parole, quei pensieri, in un dato ed indipendente momento, mi sono balenate in testa; maledico i miei occhi, che alle ore dieci e dodici minuti, sono caduti su quel cronografo, e maledico la mia bocca, che con inconscia blateranza ha proferito: « Ecché stiamo alla Parigi-Roubaix? ». I miei occhi tuttavia non li danno, perché hanno conosciuto un’immagine che in quel momento appariva in una sperduta camera celebrale.

Buona Roubaix, Ballero. Buona Roubaix.

Semplicemente Franco.


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Una risposta

8 02 2010
manuel

Ero appena rientrato a casa dopo la prima pedalata dell’anno. Era il primo pomeriggio. Faccio tre passi e mia mamma mi dice che è morto l’allenatore della squadra italiana di ciclismo.
Penso un secondo al vecchio Alfredo – quasi novantenne, capirete, era comprensibile – ma poi mia madre mi chiede “Aveva 45 anni, è vero?”.
Resto di sasso. Non può essere lui. Aprò il televisore e corro sul televideo. Lì leggo la notizia.
Era stata una giornata bella. Il primo sole tiepido, le prime borracce svuotate, il primo mal di gambe che arrivava. Tutto perfetto, fino alle 2 e 30 del pomeriggio.

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